soffro di crisi di svariato tipo
ferma le nostre antiche maledizioni
dimenticateci, siamo in un castello di sole e zucchero filato
Un numero sempre crescente di persone odia il Natale. Sarà perché un numero sempre maggiore di persone è poco religioso, anzi quasi per nulla, della religione cattolica rimane affascinato solo da una patina superficiale di cori rilassanti e chiese polverose. Tolta la fede rimane una festa che riunisce la famiglia, sacro valore su cui è basata persino la nostra Costituzione (Qualcosa che intanto non è necessariamente un valore, ma un dato di fatto, come dire che Gino è nato e di questo ne facciamo un valore, andate e riproducetevi e cosi' via ). Famiglie che sono sempre più spezzate e distanti nello spazio, c'è chi ha parenti dall'altra parte del continente e che non vede mai, c'è chi ci vive vicino, e non li mai lo stesso perché in fondo preferisce cosi', sai che fatica doverseli sopportare tutti insieme per un giorno intero. Cosi' le persone si sentono mancare le ragioni per festeggiare il Natale, cercano di gioire dell'atmosfera e delle varie cene, c'è chi si sente già stremato per aver comprato i regali a tutti parenti ed amici come se fosse un obbligo e chi ne fa uno solo, a una persona che non se lo aspetta.
Per quanto mi riguarda cerco di non pensarci al Natale (di nuovo questa parola scorre sulla tastiera come un brivido) fino all'ultimo, come quando a scuola si avvicinava un esame difficile per cui non avevo studiato abbastanza, ma era troppo tardi per iniziare.
Il mondo io lo conosco per davvero. L'ho visto con questi occhi, l'ho toccato con queste mani. La maggior parte della gente si accontata di immaginare, in fondo, il mondo, ascoltando le canzoni, i racconti e leggendo i giornali e i libri di chi l'ha vissuto, o piu spesso, di chi finge che sia cosi'. Non ho radici, oppure potrei dire che le radici della mia famiglia sono come quelle del cajueiro, e coprono chilometri, attraversano i mari e dalla libera Irlanda arrivano fino all'Australia.
Ho attraversato, sfrecciando con il nostro buggy, in questa vita che scorre via ogni momento e non tornerà piu', tutta la Russia, il deserto dei Gobi, l'Africa. Ho visto montagne lasciare spazio inspiegabilmente a pianure senza fine, sono stato in mezzo all'oceano, dove milioni di stelle toccavano il mare e sembrava di fluttuare dolcemente nello spazio.
Ho visto città povere e ricche, grattacieli di vetro e baracche di legno, nei palazzi del potere non ci ho mai messo piede, ma ho vissuto nella città dell'utopia. Una città fatta da persone che vogliono ricostruire il mondo da capo, e che esiste da trent'anni, nella grande Danimarca.
In questa vita in cui il tempo sembra concentrarsi senza lasciare spazio all'immaginazione, perché la realtà qui la supera, ogni fatto, immagine, persona, ha lasciato un piccolo segno sul mio volto, non dimostro alcuna età definibile.
Ora, mentre alle otto del mattino vedo passare la gente che va al lavoro, ora che sono tornato come ogni volta nella mia città natale, sento che il mondo mi appartiene e non ne sono parte, potrei vagare ore sotto la pioggia d'Irlanda o di qualunque altro posto, fermarmi a brindare con qualche sconosciuto che presto diventerà un amico, in qualunque luogo, per scoprire che non ho nessun posto dove fermarmi, non c'è nulla che voglio ottenere. Vedo la gente camminare indifferente, lasciarsi vivere, sognare, agire e lottare, scendere in piazza per commemorare le proprie vittorie, me ne compiaccio, vi osservo lieto come un fotografo esperto. Un fotografo che non ha la macchina per condividire le sensazioni di cio' che ha vissuto, perché nessuna macchina potrà mai rendere l'idea dei profumi, dei suoni portati dal vento, dello sfiorare l'infinito.
E questo fascino che mi circonda, quest'ombra di silenzio e mistero, che catalizza inspiegabilmente la vostra attenzione, che procura, al soffermarsi dello sguardo, ammirazione, non è altro che solitudine.
La chiesa di Sainte Marie si staglia possente contro il cielo notturno. Chiara e massiccia come una badante grassa, domina con uno sguardo attento quasi tutta la parte nord della citta'. Vederla comparire con le sue arcate, i contrafforti che emergono dal blu della notte dovrebbe suscitare in me stupore, ammirazione, dovrebbe mettermi in soggezione o scatenare quel sentimento che si prova quando si pensa di essere di fronte a qualcosa di magico e irrepetibile. Invece e' tutto cosi' normale, rassicurante e prevedibile come l'acqua blu e ferma di uno stagno.
Non devo pensare.
Tutte le volte che mi metto a pensare i ragionamenti si agganciano l'uno all'altro e vanno avanti da sè, e finisco fuori strada.
Come l'altra volta che mi sono messa a pensare e sono finita contro a un palo.
O quell'altra volta che stavo per cappottare nel fosso con la macchina, ma per fortuna non era tanto profondo e ho solo sbandato.
Non devo pensare.
Prima stavo tornando dalla pausa pranzo, è una bella giornata serena.
E ho pensato che già mezza giornata era passata.
Mezza giornata di sole passata a fare un lavoro che mi piace, la pubblicità. Inventarsi che uno spettacolo, una conferenza, possano cambiare la mentalità.
Facessi l'ingegnere passerei le giornate a progettare inventare un motore all'idrogeno. Che poi in realtà c'è già. Inventarsi che la gente lo usi per vivere senza inquinare il pianeta.
Che tanto gli scienziati hanno detto che tra cinquant'anni la Terra giungerà al punto di non ritorno e allora sarà tutto inutile.
Che tanto, anche se non è vero, morirei prima di vedere se davvero funziona e la gente lo usa.
Che tanto prima o poi muori. Anzi, neanche tanto in là.
L'avevo detto che non dovevo pensare.